Susan Philipsz

Vincitrice dell Turner Prize 2010 con istallazione sonora “Lowlands”.
Di seguito  il testo del lamento scozzese del XVI secolo cantato dall’artista. È il canto del fantasma di un uomo morto affogato, che torna a trovare la sua amata. La storia di un amore spezzato, di una bellezza perduta. Di una malinconia tipicamente scozzese, ma anche tipicamente umana.

 

 Lowlands, 2010

 All green and wet with weeds so cold,

Lowlands, lowlands, away my John,
Around his form green weeds had hold,
My lowlands away

«I’m drowned in the lowland seas,» he said,
Lowlands, lowlands, away my John,
«Oh, you an’ I will ne’er be wed,»
My lowlands away

«I shall never kiss you more,» he said,
Lowlands, lowlands, away my John,
«Never kiss you more – for I am dead,»
My lowlands away

«I will cut my breast until the bleed,»
Lowlands, lowlands, away my John,
His form had gone – in the green weed,
My lowlands away

Christian Marclay

 

The Clock, un film lungo 24 ore

 di Massimiliano Gioni ( Wired 25 maggio 2011)

Girato da Christian Marclay, l’opera è un collage di spezzoni cinematografici in cui ogni scena riprende un orologio. Sarà proiettato alla Biennale di Venezia

In The Clock di Christian Marclay le immagini sono montate in maniera tale da scandire ogni minuto e ogni ora della giornata, a volte persino tenendo il conto dei secondi. Ma ciò che rende straordinaria quest’opera è che The Clock scorre in tempo reale: in qualsiasi minuto della giornata vi capiti di visitare la mostra, le ore sullo schermo corrisponderanno all’ora reale. Così, ad esempio, la scena in cui Woody Allen si sveglia alle 7 e 58 del mattino, avviene alle 7 e 58 di ogni giornata.

Dopo le presentazioni a Londra e a New York, ora The Clock approda alla Biennale di Venezia (dove ha vinto il leone d’oro nella rassegna “Illuminazioni”  ndr) e anche qui sono previste proiezioni speciali di 24 ore consecutive, in cui immergersi completamente in questa fuga alla ricerca del tempo perduto.
Se si incappa in The Clock senza sapere nulla dell’opera, di solito ci vuole qualche minuto per rendersi conto che spettatori e attori sullo schermo vivono nello stesso tempo e che ogni minuto e ogni secondo di realtà e finzione sono perfettamente sincronizzati. Non appena te ne accorgi è assai difficile trovare il coraggio di alzarti e andartene: The Clock è ipnotico come una vecchia pendola ma ha la velocità sincopata di un video musicale, con in più la suspense di un grande thriller (come dimostra il video in basso).
Sullo schermo scorrono scene memorabili o piccoli cameo di Spencer Tracy e Katharine Hepburn,Dustin HoffmanSteve MartinJohn TravoltaQuentin TarantinoDennis HopperCary Grant,Marlon BrandoAl PacinoMarilyn Monroe: è un Pantheon hollywoodiano in cui ogni movimento è scandito con rigore da orologi, lancette, sveglie e campanili.
The Clock è un tributo all’arte del cinema ma è anche un complesso meccanismo a orologeria che riesce al contempo a divertire e a inquietare. In fondo è un gigantesco memento mori: ci racconta l’ossessione umana per il tempo e per ogni tecnologia che riesca a misurarlo e magari a fermarlo.

 

Sophie Calle

L’opera Prenez soin de vous è stata presentata alla Biennele di Venezia del 2007. La Calle ha invitato 107 personalità della cultura e dell’arte ad interpretare con scritti, interventi e immagini, una e-mail ricevuta dal suo compagno con cui le comunicava la separazione.

 

Sophie Calle, Prenez soin de vous, 2007
Sophie Calle, Prenez soin de vous, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Prenez soin de vous – 2007

Gabriel Orozco

horses running endlessly – 1995
GABRIEL-OROZCO-dark wave - 2006
dark wave – 2006

un po’ di gossip…

Estratto dal libro di Francesco Bonami, Il Bonami dell’arte (Electa)
Gabriel Orozco appartiene a quella categoria di amici cari e intimi che si sono purtroppo persi sulla strada del successo, del denaro e del potere. Di chi sia la colpa è difficile dirlo. Un po’ sua, un po’ mia, vittima inevitabile di quell’invidia che arriva quando un amico che tu hai sostenuto diventa ricco e famoso e anche un po’ stronzo nei tuoi confronti.

Sta di fatto che con Orozco, un tempo vicino di casa e compagno di passeggiate nell’East Village di New York, non ci si parla più. La mia colpa, come ho detto motivata in piccola parte dall’invidia o forse meglio dire dalla gelosia, è stata quella di mettere per iscritto le debolezze dell’artista messicano, più umane che artistiche. L’ho chiamato “ethnic chic”, definizione che non ha gradito e che mi è costata pure l’epiteto, del tutto ingiustificato, di razzista.

Figuriamoci. Ma come diceva Caterina Caselli “la verità ti fa male, lo so”. A Orozco la verità deve aver fatto un po’ di male e io, sapendolo, l’ho detta, ma ha fatto male pure a me. Perché con Gabriel momenti belli ne abbiamo passati tanti e ci siamo fatti anche grosse risate, cosa rara nel mondo dell’arte. Mi chiedo quindi se sia valsa la pena per questa strana cosa che si chiama “coraggio di dire le cose come stanno” di mandare a farsi fottere una relazione umana che qualcosa valeva.

Però mettetevi nei miei panni. La testa, volendo mostrare una scatola da scarpe vuota alla Biennale di Venezia del 1993, l’avevo rischiata io. Quella scatola l’avevo pure esposta in uno spazio sproporzionato all’esigenza dell’oggetto. Vedere scritto su un’etichetta del MoMA di New York, in occasione della retrospettiva di Orozco, che l’artista aveva mostrato la famosa scatola come protesta per l’angusto spazio offertogli dal curatore mi ha fatto proprio montare la mosca al naso.

Così, quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo per la rivista ufficiale della Tate Modern di Londra, sempre in occasione di una grande mostra di Orozco, mi sono tolto qualche soddisfazione, raccontando quello che pensavo. Da lì è iniziato il declino dell’amicizia, che poi si è consumato con “ethnic chic” che lui proprio non deve avermi perdonato, avendo colto, meschinamente e crudelmente, nel segno.

FRANCESCO BONAMI

 

Marcel Duchamp

Risposta di Marcel Duchamp alla lettera dell’artista Savino Marseglia

 

 

Caro Marcel Duchamp,
ti mando questa lettera per avere delucidazioni in merito a questa disputa infinita, diventata monotona su questa questione di opere d’arte realizzate dall’artista con le proprie mani o fatte eseguire da abili artigiani. Cosa ne pensi in merito?
Con tutta la mia stima.
Savino Marseglia

RISPOSTA DI MARCEL DUCHAMP

Caro Savino, mi meraviglio Continua a leggere Marcel Duchamp

Damien Hirst

È incredibile dove si possa arrivare con un 4 in arte, un’immaginazione bacata e una sega elettrica!
(quando ritira il Turner Prize alla Tate Gallery di Londra)

 

         The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living – 1991

 

 

 

 

 

 

For the Love of God, 2007

Nothingness, 2008

“Mi piacciono le medicine perché sono la soluzione ai problemi. Possono rappresentare un nuovo dio. Una volta pregavamo, oggi prendiamo le pillole. L’aspirina o il paracetamolo diventano come l’eucarestia per me. Hanno questa perfezione bianca che si suppone sia il corpo di Cristo. Vai in chiesa, prendi l’eucarestia e muori in ogni caso. Invece prendi la pillola di una casa farmaceutica e puoi vivere.”

Jenny Saville

“…I suoi primi lavori, quindi, sono datati inizio anni ’90. In Plan(1993) vediamo un nudo di donna obeso e percorso da linee curve, quasi una mappatura o delle onde. Le linee, spiega l’artista, sono i segni che ti fanno sul corpo prima di eseguire una liposuzione. Sembrano bersagli, e lei cerca di rappresentarli come se fossero non tanto disegnate, quanto incise nella pelle, come dei tagli che preparano il corpo alla modellazione successiva. La carne è pronta ad essere deformata, il grasso risucchiato e la linea curva a diventare dritta. Il gesto di coprirsi il seno potremmo definirlo “chirurgico” anch’esso: la massa di seno viene spostata e sollevata per permettere a noi, chirurghi dall’esterno, di osservare meglio il corpo, e alla pittrice di auto-esaminarsi. Il volto, infatti, è quello di Jenny stessa. Si ripete spesso la presenza della pittrice nei suoi quadri: si fotografa, si studia e poi si riproduce sulla tela senza pietà, con occhio clinico, essendo contemporaneamente artista e modella, soggetto ed oggetto.”  (Federica Rinaldi 22.10.2012)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                                                                                                                             Plan, 1993

               Matrix, 1999

Mirror, 2012

Opera vincitrice  del prestigioso “Flower Price 2012”
Questa la motivazione data dalla giuria:
” Tiziano, Giorgione, Manet e Picasso. E Jenny Saville in persona. Questo quadro è molto affollato. Di riferimenti, soggetti e idee. È una conferenza di Storia dell’arte, ma anche un dichiarazione di poetica. Jenny balla coi mostri sacri della pittura. Si esibisce nella sua danza che ritrova la bellezza, dopo i tempi in cui del corpo era rimasta solo la carne stremata. La Venere di Urbino di Tiziano sdraiata insieme all’Olympia di Manet. Sullo sfondo il paesaggio della Venere dormiente di Giorgione. In mezzo a loro compare il volto della pittrice stessa, che di nuovo si autoritrae sulla destra. Alle sue spalle una misteriosa tela che fa pensare a Picasso. Un quadro colto, che tuttavia non resta congelato dentro la citazione dotta, ma che vibra di un tratto morbido e deciso. Jenny Saville ha ritrovato la sua strada verso la grande pittura. È dovuta passare dai capolavori del passato ai quali sa guardare senza senso di inferiorità. Non cambia il fulcro della sua ricerca, il corpo, il suo corpo. È la strada ad essere nuova. È una novità per lei. Ma è anche la notizia più interessante di questo stanco 2012″